Mi sento in colpa verso chi si siederà vicino a me: ho mal di testa e raffreddore; tossisco, starnuto e mi soffio il naso in un lurido fazzoletto di stoffa. Non esattamente l’immagine del compagno pendolare ideale.
《È libero quel posto?》 chiede lei, con il sorriso e la freschezza dei vent’anni.
《Certo!》 le rispondo, scostandomi per farla passare.
Dio come mi dispiace.
《Ehi, grazie!》 esclama con voce squillante.
Sì ma non esagerare con la gentilezza ché mi sento un vere.
Non è neanche di quei compagni di sedile che strasbordano, conquistano, invadono.,Povera. Cerco comunque di ritrarmi, di voltarmi dall’altra parte, di limitare al minimo la fuoriuscita di patogeni.
Poi le squilla il telefono e smetto di sentirmi in colpa. Anzi.
Parte come una telefonata abitudinaria con il ragazzo: cerco di non farmi i fatti suoi e di concentrarmi sul libro che sto leggendo.
All’improvviso però sono costretto ad ascoltare attentamente.
《Sì, ho vomitato altre due volte stamattina, dopo quella a casa.》
D’istinto mi ritraggo ancora di più. Ma cerco di essere razionale.
Beh, sarà incinta, dai. È giovane ma mi sembra serena sull’argomento.
Mi fa piacere per lei.
《No, scemo. Ieri avevo anche la febbre: è sicuramente un virus.》
Ecco. Io non ho niente contro la gastroenterite. Ho tanti amici con virus gastrointestinali, per carità. Ma aver avuto due figli piccoli mi ha un po’ sensibilizzato sull’argomento.
Bando ai moralismi: mi alzo, prendo il libro e lo zaino e cambio vagone.
Infetterò qualcun altro.
Pazienza.