L’uomo del Sud

Siede a braccia conserte, quasi rannicchiato su sé stesso.

Non sembra una persona interessata all’apparenza: porta un pantalone blu e un maglioncino, anche questo blu ma di una tonalità leggermente diversa. A peggiorare il già discutibile abbinamento un paio di scarpe camoscio con stringhe bianche. L’unico vezzo un orologio da polso di altri tempi: forse solo un sintomo di vecchiaia che un tocco di classe.

Una faccia e una pancia tonde denotano una spiccata tendenza alla sedentarietà. Un leggerissimo pizzo bianco, con qualche pelo grigio che resiste, lo mostra come una persona ordinata, precisa. Forse un carabiniere.

Nel complesso ha un abbigliamento che lo identifica come il classico maschio del Sud, se non fosse per una svolazzante sciarpina nera, che stona un po’ con il resto del personaggio.

Un cellulare di qualche generazione fa squilla dalla sua tasca. La breve conversazione che segue spiega il significato della sciarpina nera intorno al suo collo e la sua presenza in un contesto che evidentemente non gli è usuale.

Racconta di un funerale appena concluso, di un lutto distante dalla propria casa ma molto vicino al proprio cuore. Racconta anche di un futuro che va avanti, di un lavoro che mi stupisce: il violinista. Parla di passione ma soprattutto di dolore. Lo fa con dignità e riservatezza, anche queste contrarie all’idea stereotipata che mi ero fatto di lui.

Chiude la telefonata. Il resto del viaggio prosegue in silenzio. Io in compagnia dei miei inutili sensi di colpa, per un giudizio affrettato e per un’invasione inevitabile dovuta alla prossimità. Lui in compagnia dell’infinita e selvaggia pianura padana che gli scorre davanti.

Ogni tanto le sue braccia si muovono: si allargano, per tornare incrociate poco dopo. Piccola danza del direttore d’orchestra dei suoi pensieri, che alterna note bianche a note blu, nel tappeto dei ricordi sul caro defunto.

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